Il perimetro della sovranità digitale in Italia e le priorità: l’analisi di Netalia
Il punto di partenza è chiarire cosa si intenda davvero per cloud. Negli anni il termine è stato utilizzato in modo eccessivo e spesso strumentale, arrivando a includere modelli che con il cloud hanno poco a che vedere. Netalia ritiene che il cloud non coincida né con la semplice infrastruttura, né con il data center, ma neppure con la vendita di server o applicazioni: il cloud è prima di tutto una piattaforma condivisa che consente a più soggetti di utilizzare risorse comuni, pagandole a consumo, solo quando servono.
Il contesto
In quest’ottica, il cosiddetto “private cloud” perde di significato: se un’infrastruttura è dedicata, impegnata in modo costante e genera costi assimilabili a un ammortamento, non è più cloud. Il valore del cloud è nella flessibilità, nell’elasticità e nella possibilità di ottimizzare i costi, trasformando spese fisse in costi operativi.
Chiarita questa definizione, emerge un dato critico: in Italia gli operatori nazionali che rispondono pienamente a un modello cloud autentico sono pochissimi, probabilmente non più di cinque. A fronte di un mercato cloud nazionale che vale circa 8 miliardi di euro, in crescita del 20% annuo, l’offerta cloud realmente nazionale riconducibile a questi operatori vale circa 100 milioni di euro. Questo squilibrio apre una serie di interrogativi centrali sul tema della sovranità digitale.
Cosa si intende per sovranità
Per Netalia, la sovranità non è un tema tecnologico ma politico. Non si crea “sovranità” aggiungendo strati di governance o compliance a sistemi già esistenti – quella che viene definita “sovranizzazione” – perché questo è un approccio illusorio. La sovranità riguarda la difesa di un interesse, la capacità di decidere e di mantenere il controllo su risorse strategiche.
In questo senso, si ritiene che la sovranità digitale non possa che essere nazionale. L’idea di una sovranità europea è auspicabile in linea di principio, ma irrealistica senza una vera integrazione politica dell’Unione: prima di una sovranità digitale europea servirebbero una riforma fiscale e una riforma della difesa comuni. Per questo, il percorso più probabile è bottom-up: la realizzazione di sovranità nazionali che, in futuro, potranno essere assimilate in un quadro europeo.
Il cloud, inteso correttamente, è una piattaforma di astrazione che consente di ricostruire virtualmente servizi e infrastrutture tradizionali sfruttando risorse fisiche sottostanti. Vendere un server in-house chiamandolo “cloud” equivale semplicemente a riproporre modelli degli anni ’90, con un’etichetta più attraente.
Le caratteristiche che il cloud nazionale deve garantire rispetto agli hyperscaler
In tema sovranità, un cloud nazionale dovrebbe garantire almeno due aspetti fondamentali rispetto agli hyperscaler. Il primo è la riservatezza delle informazioni. Il problema non è tanto il timore che “un altro stato rubi dati”, quanto il fatto che le informazioni conferite agli hyperscaler alimentano sistemi di AI che generano valore economico e competitivo non governato da chi quei dati li produce e potrebbe legittimamente utilizzarli. In questo modo, il valore informativo viene trasferito a soggetti esterni che lo sfruttano sul mercato.
Il secondo aspetto, ancora più critico, è quello di poter garantire costantemente la disponibilità dei dati. Occorre evitare un rischio sistemico: oggi una parte rilevante delle applicazioni critiche– incluse infrastrutture di base come la telefonia mobile – dipende dagli hyperscaler. Se questi soggetti interrompessero i servizi, l’Italia rischierebbe un blackout digitale. In cambio di capacità di calcolo e “hype tecnologico”, il Paese ha accettato una dipendenza che incide direttamente sulla propria capacità decisionale.
Questo rischio diventa evidente anche in settori strategici come l’industria e la difesa. Se aziende in competizione globale dipendono da capacità di calcolo fornite dagli stessi hyperscaler, non esiste alcuna garanzia che tali risorse vengano messe a disposizione in modo neutrale. La sovranità, quindi, non riguarda solo la sicurezza dei dati, ma la possibilità stessa di competere.
Il tema della residenza dei dati è importante, ma non sufficiente: localizzare i dati in Italia ha senso perché consente, in casi estremi, un accesso diretto da parte delle autorità nazionali. Tuttavia, la semplice localizzazione non rende automaticamente “sovrano” un sistema.
Benefici dell’approccio Geopatriation
In questo quadro si inserisce il concetto di geopatriation, che unisce l’idea di “repatriation” dei dati a quella di perimetro geopolitico. La repatriation nasce dalla constatazione che molti costi degli hyperscaler sono emersi solo dopo la migrazione, rendendo economicamente insostenibile la gestione per alcune aziende. Tuttavia, per la maggioranza del tessuto produttivo italiano – composto soprattutto da PMI – riportare i sistemi “in casa” è irrealistico: la complessità tecnologica, i requisiti di sicurezza, governance e compliance richiedono competenze e investimenti fuori portata.
La geopatriation rappresenta quindi una terza via: riportare dati e servizi all’interno di un perimetro nazionale o comunque compatibile con l’interesse dell’azienda, senza rinunciare a modelli cloud avanzati. Significa affidarsi a operatori che offrano servizi simili a quelli degli hyperscaler, ma con logiche differenti, orientate alla sostenibilità economica e alla tutela della sovranità.
Infine, Netalia individua tre azioni chiave per favorire questo percorso.
La prima è la qualificazione del settore ICT: le aziende devono smettere di voler fare tutto e specializzarsi, collaborando in ecosistemi. Fare il cloud provider, la sicurezza o l’AI non è per tutti, e l’improvvisazione non è sostenibile.
La seconda è la revisione dei processi: adottare il cloud non significa spostare processi analogici in digitale, ma ripensarli radicalmente sfruttando le nuove possibilità tecnologiche.
La terza riguarda il ruolo decisivo della spesa pubblica: se una quota rilevante del mercato cloud è finanziata dallo Stato, occorre orientare questa spesa verso un perimetro coerente con l’interesse nazionale, sostenendo la crescita di operatori locali invece di alimentare esclusivamente fornitori esteri.
di Michele Zunino, amministratore delegato di Netalia - www.netalia.it
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