Ma Starlink, ovvero il dominio americano sui dati, è davvero indispensabile per l’UE?
Forse no, ma dobbiamo spingere su tecnologie proprietarie equivalenti, evitando i rallentamenti della burocrazia e agendo in maniera sistematica a livello di Unione. E dobbiamo fare in fretta, evitando che la rete satellitare di Musk, che offre soluzioni immediate per migliorare la connettività in Europa, si insinui in quello che oggi è un vuoto. Questo per garantire la sovranità digitale, la sicurezza dei dati e la competitività nel settore delle comunicazioni spaziali
Starlink, la rete satellitare di Elon Musk che connette telematicamente tutto il mondo a buon mercato, sta iniziando a invadere l’Italia. Per ora è ancora un fenomeno di nicchia, ma destinato a esplodere. Nelle aree rurali e non coperte dalla banda larga, l’utenza consumer ha trovato nei satelliti USA una soluzione per stare connessa. Questo mentre fa fatica ad arrivare a compimento il Piano Strategico italiano per la Banda Ultralarga, a cui si lavora dal 2015 e su cui abbiamo investito già 10,3 miliardi di euro. Il rischio di questo scenario, se non invertiamo la rotta, è che alla fine saremo forse connessi più rapidamente ed efficacemente, ma avremo perso la sovranità del nostro dato. In un momento in cui i conflitti della geopolitica internazionale si giocano proprio su questi aspetti.
In questo contesto, lavorando da anni nel settore IT e telecomunicazioni, mi capita spesso di riflettere su quanto sia fragile l’equilibrio tra innovazione e dipendenza tecnologica. Ogni giorno le aziende con cui collaboro si scontrano con infrastrutture inadeguate, regolamentazioni poco chiare e la necessità di scelte strategiche che vadano oltre la semplice convenienza immediata. La questione della sovranità digitale non è un dibattito astratto: è un problema concreto che riguarda il nostro futuro. È importante parlarne, senza retorica, ma con una visione chiara su dove stiamo andando e su quali scelte possiamo ancora fare.
Il Piano Strategico per la Banda Ultralarga (BUL): perché non decolla
Il Piano Strategico per la Banda Ultralarga (BUL) è il progetto del governo italiano pensato per portare una connessione Internet veloce in tutto il Paese, in linea con gli obiettivi dell’Agenda Digitale Europea. Approvata il 3 marzo 2015, la strategia prevedeva di coprire l’85% della popolazione con connessioni a 100 Mbps e garantire a tutti i cittadini una connettività di almeno 30 Mbps entro il 2020. Tuttavia, a causa di vari ritardi e difficoltà, il piano non è stato completato entro la scadenza prevista. Di conseguenza, nel 2023 è stata elaborata una nuova strategia per la banda ultralarga, con l’obiettivo di completare la copertura entro il 2026.
L’idea alla base è creare un’infrastruttura pubblica che permetta a tutti gli operatori di telecomunicazioni di offrire servizi internet avanzati, in particolare nelle aree più isolate e meno redditizie per gli investimenti privati. A occuparsi dell’implementazione sono due soggetti principali: Open Fiber, che ha il compito di realizzare la rete in fibra ottica nelle cosiddette “aree bianche” (dove gli operatori privati non hanno interesse a investire), e Infratel Italia, società pubblica che coordina i lavori e gestisce gli appalti.
A questo si aggiunge il ruolo di Invitalia, l’agenzia nazionale che si occupa di attrarre investimenti e sviluppare progetti strategici, tra cui i bandi per la banda ultra-larga. Nonostante gli ingenti investimenti e le buone intenzioni, il piano continua a subire rallentamenti per via delle lungaggini procedurali per ottenere i permessi necessari alla posa della fibra. Inoltre, ci sono stati errori nella pianificazione: ad esempio, la qualità dei dati sui numeri civici non è sempre affidabile, il che ha portato a problemi di mappatura e conseguenti ritardi nei lavori.
E poi vanno considerati due altri ostacoli importanti che complicano non poco la realizzazione delle infrastrutture: l’aumento dei costi delle materie prime e la carenza di manodopera specializzata. E’ in questo contesto di ritardi e inefficienze si è inserito Starlink, il servizio di internet satellitare di SpaceX (la società di Elon Musk che vuole rivoluzionare i viaggi nello spazio).
Perché rischiamo di perdere la sovranità del dato (e non possiamo permettercelo)
Starlink permette, dal giorno zero, di connettersi a Internet ovunque, senza dover attendere la costruzione di infrastrutture fisiche. Se da un lato questo può essere visto come un’opportunità per superare i limiti della rete tradizionale, dall’altro solleva questioni legate alla sovranità digitale: affidarsi a un’infrastruttura gestita da una società americana significa di fatto perdere il controllo sui dati e sulle comunicazioni.
Ma intanto non abbiamo tempo. Perché le aziende stanno pagando un costo di mancata connettività che non possono sostenere. E una mancata connettività che non riguarda solo aree remote. A Padova e Vicenza, Mantova e in provincia di Parma (quindi città di dimensioni medie e industrializzate) l’utenza media viaggia a 7 mega, uno standard di 25 anni fa. Ne va della competitività dell’industria. Ed è anche una questione di potere. L’Italia è passata dall’essere nodo nevralgico delle comunicazioni del Mediterraneo, a una situazione di subalternità.
Starlink: cos’è veramente e perché non è solo uno strumento di comunicazione neutrale?
Torniamo a Starlink. Starlink è una rete di migliaia di piccoli satelliti in orbita bassa (circa 550 km dalla Terra) progettata da SpaceX per fornire internet veloce e a bassa latenza a livello globale. A differenza dei satelliti geostazionari che orbitano a 36.000 km dalla Terra, la vicinanza dei satelliti Starlink riduce significativamente la latenza, rendendolo ideale per streaming, gaming e videochiamate.
Pur non essendo direttamente finanziato dal governo degli Stati Uniti, SpaceX ha ottenuto sovvenzioni per espandere la banda larga nelle aree rurali. Attualmente, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti sta rivedendo un programma da 42,5 miliardi di dollari per migliorare l’accesso a internet, e i finanziamenti a SpaceX potrebbero aumentare da 4,1 miliardi a una cifra tra 10 e 20 miliardi di dollari. Inoltre, SpaceX utilizza le rampe della Nasa per i suoi lanci, dimostrando un chiaro intreccio tra gli interessi commerciali di Starlink e il coinvolgimento del governo americano.
D’altronde una rete come Starlink è uno strumento potente che consente agli USA di controllare comunicazioni a cui non avrebbero potuto accedere fino a tre anni fa. Dal punto di vista dell’Italia e dell’Europa, affidarsi a una rete satellitare gestita da un’azienda statunitense potrebbe esporre le comunicazioni a potenziali vulnerabilità, inclusi rischi di intercettazione o interruzione da parte di attori ostili. Inoltre, la dipendenza da un’infrastruttura non europea per le comunicazioni critiche potrebbe rappresentare una vulnerabilità strategica, compromettendo la sovranità digitale dell’Europa.
Quanti italiani usano già Starlink?
Quanto è reale questo rischio? Attualmente Starlink conta oltre 4 milioni di clienti nel mondo, ma in Italia la presenza è ancora modesta, con circa 50-60 mila contratti, prevalentemente situati in zone remote. Il costo in Italia è di 29 euro al mese per i privati (40 euro con priorità di connessione) e di 50 euro al mese per le aziende, somma a cui si aggiungono rispettivamente 349 e 2355 euro per il kit.
La diffusione potrebbe aumentare rapidamente dal momento che a giugno 2024, Starlink ha siglato un accordo commerciale con Telespazio, società controllata da Leonardo, per rivendere la connessione satellitare di Starlink abbinandola a servizi propri. È ipotizzabile che in breve si arrivi a un 10% di penetrazione del mercato italiano e a quel punto lo scenario di rischio ipotizzato diventerebbe altamente probabile.
Cosa deve fare l’Europa?
La capacità di SpaceX di lanciare frequentemente satelliti a basso costo offra a Starlink un vantaggio competitivo significativo rispetto ai concorrenti europei, come SES ed Eutelsat, che stanno cercando di recuperare terreno. Inoltre, la dipendenza da un’infrastruttura non europea per le comunicazioni critiche potrebbe rappresentare una vulnerabilità strategica.
Esiste un progetto europeo, nuovo, IRIS², che prevede un investimento di circa 10,5 miliardi di euro e il primo lancio, non prima del 2029 mentre l’operatività completa solo nel 2030-31. Per superare Starlink serve però altro. Bisogna investire in ricerca e sviluppo, potenziando le tecnologie spaziali avanzate; favorire la collaborazione pubblico-privato, incentivando partnership tra governi, agenzie spaziali e aziende private per condividere risorse, competenze e rischi associati allo sviluppo di nuove infrastrutture satellitari.
Ma anche ridurre la burocrazia e accelerare i processi decisionali per consentire una risposta più rapida alle esigenze del mercato e alle sfide tecnologiche e coordinare gli sforzi a livello europeo per evitare duplicazioni e ottimizzare l’uso delle risorse, garantendo una posizione competitiva nel mercato globale delle comunicazioni satellitari.
L’Europa dovrebbe infine porre in essere una regolamentazione che detti regole chiare sulle dorsali di comunicazione che non siano costruite sul cavo. La scelta non deve essere tra restare indietro sulla connettività (e competitività) o cedere sovranità a Musk-Trump. L’Ue deve costruire una terza via, che consiste nel costruirsi una propria infrastruttura satellitare. Per la protezione dei dati ma anche per sostenere tutte quelle imprese che non possono fare a meno di una connettività seria. Non è impossibile: e abbiamo strutture di lancio pronte allo scopo, oltre che competenze nella costruzione in house di satelliti. Quello che manca è una piccola deregulation per stare al passo.
Starlink: qual è il prezzo da pagare?
Se c’è una cosa che ho imparato lavorando in questo settore, è che ogni dipendenza tecnologica ha un costo. E non si tratta solo di risorse economiche, ma di controllo, sicurezza e autonomia strategica. Oggi l’Europa guarda a Starlink come a una scorciatoia per colmare i ritardi infrastrutturali, ma il vero prezzo potrebbe essere la perdita del controllo sui nostri dati e sulle nostre comunicazioni. Possiamo davvero permettercelo? La verità è che se vogliamo restare competitivi, non possiamo limitarci a osservare o rincorrere. Dobbiamo smettere di noleggiare pezzi di cielo da altri e iniziare a costruire il nostro futuro, con investimenti concreti e una visione strategica chiara. Perché la sovranità digitale non è un lusso, ma una condizione per restare liberi.
Privacy Week 2025
Di Starlink, di sovranità digitale, di sicurezza dei dati, di competitività nel settore delle comunicazioni spaziali e sua regolamentazione se ne parlerà nella prossima edizione della Privacy Week in programma nell’autunno 2025.
Fonte foto Pixabay
Antonio Longhitano, co-Founder Attitude & Privacy Week
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