Dazi USA: impatto asimmetrico tra le diverse economie

Dazi, inizia la guerra commerciale. A rischio crescita e supply chain

Pubblicato il 20 aprile 2025

Il presidente Donald Trump ha introdotto dazi “reciproci” di almeno il 10% su tutti i partner commerciali a partire da aprile, con aumenti fino al 34% per la Cina, 24% per il Giappone e 20% per l’Unione Europea. Questa mossa rappresenta uno shock senza precedenti per il sistema commerciale globale del dopoguerra e segna l’inizio di una vera e propria guerra commerciale.

Una misura senza precedenti che sconvolge il commercio globale

Il 2 aprile, durante l’evento soprannominato “Liberation Day”, il presidente Trump ha firmato un ordine esecutivo che impone dazi su tutte le importazioni negli Stati Uniti, con l’esclusione di Messico e Canada che manterranno l’accesso senza dazi per le merci conformi all’accordo Usmca. La Casa Bianca ha anche precisato che energia e minerali non disponibili sul territorio nazionale saranno esenti, così come questi dazi non si aggiungeranno a quelli già imposti dall’amministrazione Trump da gennaio (acciaio, alluminio, automobili) o previsti nelle prossime settimane (prodotti farmaceutici, semiconduttori, rame, legname).

L’analisi Coface rileva che, se mantenuti, questi dazi porterebbero l’aliquota tariffaria media USA al 26,2%, il livello più alto degli ultimi cento anni, segnando il cambiamento più brusco nelle politiche tariffarie dalla legge Smoot-Hawley del 1930 o addirittura dal “Dazio McKinley” del 1890.

La metodologia di calcolo: deficit commerciale come base per i dazi

La metodologia utilizzata dall’amministrazione statunitense per determinare i dazi rivela un’assunzione fondamentale: che i deficit commerciali siano principalmente il risultato di pratiche commerciali “sleali”.

Il calcolo adottato è significativo:

  1. La Casa Bianca ha diviso il deficit commerciale bilaterale per il valore delle importazioni statunitensi dal paese in questione
  2. Questo rapporto viene considerato come indicatore dell’aliquota effettiva che un paese applica alle esportazioni USA
  3. Questa cifra viene poi dimezzata (con un minimo fissato al 10%) per derivare l’aliquota tariffaria da imporre

Questa formula spiega perché i principali partner commerciali degli USA affrontano dazi differenziati: Cina (34%), Giappone (24%) e UE (20%). Dopo settimane di ambiguità sulla definizione di “reciprocità”, questo approccio riallinea la proposta con il dazio generalizzato del 10% ventilato da Trump durante la campagna elettorale, stabilendo però aliquote molto più elevate per i paesi con cui gli USA registrano i maggiori deficit commerciali.

Impatto asimmetrico sull’economia globale

L’analisi Coface, che incrocia l’aumento dei dazi con la quota di esportazioni verso gli USA in percentuale del PIL, evidenzia un impatto fortemente asimmetrico tra le diverse economie.

Le più vulnerabili sono quelle asiatiche, con Vietnam (esportazioni USA/PIL: 29%), Cambogia (26%), Taiwan (12%), Malesia (11%) e Thailandia (9%) particolarmente esposte e soggette a dazi tra il 35-42%.

Anche diverse economie africane subiranno forti ripercussioni, con Lesotho che affronterà dazi al 50%, mentre Madagascar, Mauritius, Botswana e Sudafrica vedranno incrementi tra il 15-20%. I paesi dell’America Centrale come Nicaragua, Honduras (18% del PIL esposto), Costa Rica e Trinidad-Tobago, con una dipendenza dall’economia USA tra il 10-15%, risultano ugualmente vulnerabili.

Nell’Unione Europea, che subirà uniformemente dazi del 20%, i paesi più a rischio includono Slovenia, Slovacchia, Ungheria, Germania (5,2% del PIL esposto), Austria e Italia.

Tra le grandi economie, la Corea del Sud affronterà dazi al 25%, mentre Giappone (24%), Cina (34%) e India (27%) saranno duramente colpite nonostante le ultime due siano relativamente meno esposte al commercio USA. L’eccezione relativa ai prodotti farmaceutici e all’energia potrebbe temporaneamente alleviare l’onere per Irlanda (esportazioni farmaceutiche verso USA: 41 miliardi $) e Guyana (esportazioni petrolifere: 8,2 miliardi $), ma il rischio di estensione dei dazi rimane elevato.

Un’economia USA già in rallentamento e rischi inflazionistici

I dazi colpiranno un’economia americana che già mostra segni di debolezza. I dati preliminari del primo trimestre 2025 mostrano un rallentamento dei consumi delle famiglie con una contrazione dello 0,6% mensile a gennaio, seguita da un modesto +0,1% a febbraio. Il deficit commerciale ha registrato una forte crescita con un aumento di 33 miliardi di dollari a gennaio, segnando il più ampio incremento storico, mentre le aziende hanno accelerato le importazioni creando un accumulo preventivo di scorte prima dell’implementazione dei dazi.

Nel 2024, le importazioni totali USA hanno generato un deficit commerciale record di 1,2 trilioni di dollari. I nuovi dazi potrebbero generare entrate fiscali per 88-100 miliardi di dollari annui, rappresentando però solo l’1,5% delle entrate federali totali, ma a un costo significativo per l’economia.
Le simulazioni indicano che l’aumento tariffario potrebbe aggiungere circa 2 punti percentuali all’inflazione statunitense nel 2025, portandola dal 2,8% previsto a circa il 4,8%. Questo scenario crea un dilemma per la Federal Reserve: affrontare contemporaneamente rischi inflazionistici e recessivi potrebbe costringere a rinviare i tagli dei tassi pianificati, compromettendo ulteriormente le prospettive di crescita.

Effetti paradossali e rischi a medio termine

La guerra commerciale sta già generando effetti inattesi. Un esempio significativo è quello dell’India Cellular & Electronics Association, che ha accolto con favore i dazi, poiché nonostante l’aliquota del 27% sui prodotti indiani, i concorrenti vietnamiti e cinesi affronteranno tariffe superiori (35-42% e 34%), creando un vantaggio competitivo relativo. Si profila inoltre una riconfigurazione del commercio globale, con gli esportatori asiatici più colpiti che cercheranno nuovi sbocchi, aumentando la pressione competitiva sul mercato europeo e altri mercati emergenti.

Cresce anche il rischio di ritorsioni: l’UE potrebbe attivare il suo nuovo Strumento Anti-Coercizione adottato a fine 2023, mentre Giappone, Corea del Sud e Cina hanno già annunciato una risposta coordinata. L’economia americana stessa, con esportazioni pari all’11% del PIL, rimane vulnerabile a contromisure, specialmente nei settori high-tech e dell’ICT.

A lungo termine, i dazi difficilmente raggiungeranno gli obiettivi dichiarati. Il riequilibrio commerciale appare improbabile poiché i deficit commerciali derivano da fondamentali macroeconomici come tassi di cambio, politica fiscale e divario risparmio-investimenti, non dai livelli tariffari. Anche la rilocalizzazione produttiva incontra ostacoli, poiché i dazi non risolvono barriere strutturali come costi del lavoro elevati, carenze di competenze e complessità delle catene di approvvigionamento. Sul fronte fiscale, i ricavi da dazi stimati in 88 miliardi di dollari saranno progressivamente erosi da minori importazioni e misure di ritorsione.

I commenti

L’isolazionismo commerciale rischia paradossalmente di escludere gli USA da un’accelerazione della globalizzazione tra gli altri paesi, compromettendo la competitività dell’economia americana a lungo termine.

Ernesto De Martinis, CEO Regione Mediterraneo & Africa Coface, commenta: “L’impatto dei dazi reciproci annunciati da Trump rappresenta un cambiamento radicale nel panorama commerciale globale, con implicazioni che vanno ben oltre il breve termine. In un contesto già caratterizzato da elevata incertezza economica e frammentazione geoeconomica, queste misure rischiano di innescare una spirale protezionistica che potrebbe compromettere seriamente la ripresa globale. I dati mostrano che le economie più vulnerabili saranno quelle con un’elevata dipendenza dal mercato statunitense, in particolare nel Sud-Est asiatico e in alcune aree dell’Unione Europea. La nostra analisi suggerisce che nei prossimi trimestri assisteremo a una significativa riconfigurazione dei flussi commerciali globali, con ripercussioni a catena su catene di fornitura e modelli di business consolidati”.

Pietro Vargiu, Country Manager Coface Italia, sottolinea: “Queste misure protezionistiche rappresentano una svolta drammatica nelle politiche commerciali globali, con ripercussioni potenzialmente dirompenti sulle catene di valore internazionali. Per le aziende italiane orientate all’export, soprattutto nei settori più colpiti come la meccanica, l’automotive e il manifatturiero di alta gamma, sarà essenziale rivedere le proprie strategie commerciali e, ove possibile, diversificare i mercati di sbocco. In Coface, stiamo già supportando le imprese nell’identificazione dei rischi emergenti e nell’implementazione di strategie di mitigazione adeguate per affrontare questo nuovo scenario di incertezza commerciale”.

Fonte foto Pixabay_geralt



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