Intelligenza artificiale: le aziende italiane vanno educate

Studio di SAP su ‘La realtà dell’intelligenza artificiale’ nelle aziende italiane

L’Intelligenza Artificiale è un imperativo per lo sviluppo delle aziende italiane, ma è necessario aumentarne la consapevolezza all’interno dell’organizzazione

Pubblicato il 1 agosto 2018

Il 77% dei CEO italiani ritiene l’Intelligenza Artificiale un fattore importante o molto importante per lo sviluppo per business, ma secondo il 51,2% all’interno della propria azienda non c’è ancora chiarezza su cosa l’IA sia concretamente. Questo il risultato di uno studio realizzato da SAP Italia in collaborazione con The European House-Ambrosetti. Il rapporto ‘La realtà dell’Intelligenza Artificiale’, indaga il modo in cui essa viene percepita dai CEO italiani e come influenzerà i modelli organizzativi. Per la realizzazione dell’indagine è stata coinvolta la classe dirigente di oltre 500 grandi aziende, sia italiane sia multinazionali operanti in Italia: le risposte raccolte hanno interessato per il 70% amministratori delegati e presidenti e per il 30% direttori generali e consiglieri di amministrazione.

Dall’analisi è emerso che i responsabili aziendali italiani ritengono l’IA un imperativo per lo sviluppo e il mantenimento della competitività delle proprie imprese, ma questa consapevolezza non è altrettanto diffusa all’interno dell’organizzazione. Quasi 4 rispondenti su 5 (il 77% degli intervistati) ritengono l’AI un fattore importante o molto importante per il proprio business, solo il 4,6% la considera non molto importante o poco importante. Il livello di percezione dell’importanza dell’IA cresce all’aumentare delle dimensioni aziendali, e quindi del grado di complessità da gestire: il tasso delle risposte ‘importante’ e ‘molto importante’ si attesta al 69% per le
imprese al di sotto dei 50 milioni di euro di fatturato e sale fino all’89% in quelle al di sopra dei 500 milioni di euro.

Tuttavia il 51,2% dei business leader afferma che all’interno della propria azienda non c’è ancora chiarezza su cosa sia concretamente l’AI. Questa disomogeneità nel grado di consapevolezza rischia di rallentare e rendere più complesso il graduale processo di implementazione dell’AI nelle diverse funzioni e attività aziendali. Una prima evidenza è che sarà quindi necessario un approccio ‘top-down’, in cui il CEO avrà un ruolo guida nella promozione del cambiamento dal punto vista culturale, strategico e organizzativo.
Inoltre, in veste di principali promotori di questa trasformazione, i CEO saranno chiamati a intervenire su tre aspetti fondamentali:
– sviluppare le competenze abilitanti per estrarre valore dall’IA in azienda
– guidare l’adozione dell’IA alla luce delle priorità strategiche del business
– garantire l’aggiornamento continuo dell’organizzazione sul fronte IA.

A oggi, sembra mancare la piena consapevolezza dei CEO circa l’impatto concreto dell’AI sui vertici aziendali e sul loro lavoro. L’82,9% del campione ritiene che il ripensamento di priorità, compiti e responsabilità riguardi, in prima battuta, il responsabile dell’area innovazione tecnologico-digitale, ossia il Chief Innovation Officer (CIO), il Chief Technology Officer (CTO) o il Chief Digital Officer (CDO). Seguono il responsabile di ricerca e sviluppo (61%), il responsabile di produzione (58,5%) e il responsabile marketing (56,1%). Solo un terzo (il 33%) dei CEO ritiene di essere interessato da un cambiamento sostanziale: emerge quindi la percezione di una netta separazione tra la dimensione strategica e quella operativo-gestionale, con i capi d’azienda che tenderebbero a ‘delegare’ la gestione degli aspetti legati allo sviluppo del’IA ai responsabili delle aree di Innovazione e Tecnologia. Questo approccio esporrebbe le organizzazioni a una visone di breve termine sull’intelligenza artificiale. Per garantire la sostenibilità e la competitività del business nel medio-lungo termine è invece necessario che l’integrazione dell’IA sia prerogativa del vertici dell’azienda, con il compito di favorire la comprensione della portata delle sfide e delle opportunità legate a questa tecnologia.

I vertici aziendali sembrano interessarsi in maniera crescente alla sperimentazione di applicazioni per le funzioni cognitive delle macchine. Quasi la metà dei rispondenti (48,8%) dichiara che la propria organizzazione sta sviluppando soluzioni interne di AI, il 23% pensa di affidarsi a partner esterni, mentre solo l’11,6% del campione afferma di non essere interessato a investire in questa tecnologia nel prossimo triennio. Gli investimenti saranno orientati prevalentemente allo sviluppo di nuovi servizi e prodotti (40%) e al raggiungimento di una maggiore
efficienza produttiva (36,4%).
Per quanto riguarda gli ambiti di implementazione, oggi l’AI è prevalentemente impiegata nel campo delle relazioni Business-to-Consumer e Businessto-Business, ma è potenzialmente applicabile a tutte le funzioni aziendali, secondo livelli diversi di intensità e complessità gestionale e tecnologica. La maggior parte dei business leader intervistati indicano le aree di magazzino e logistica (62,5%), servizi post-vendita e assistenza clienti (60%) come quelle in cui potranno dispiegarsi le maggiori opportunità, mentre permane scetticismo sull’applicazione dell’AI nelle aree di amministrazione, finanza e controllo (33,3%), strategia (26,8%) e risorse umane (14,3%).

Perché l’IA impatti su tutte le aree funzionali dell’azienda non è necessario che il CEO diventi un esperto di tecnologia, ma che acquisisca gli elementi necessari per comprendere le implicazioni strategiche di questa tecnologia in ambito aziendale e per governare l’evoluzione in atto. Il rischio è che le imprese sottovalutino le opportunità offerte dall’AI trattandola come uno strumento adatto esclusivamente all’automazione dei processi produttivi. L’interazione tra essere umano e macchina può invece favorire anche il supporto dei processi decisionali rendendo l’IA applicabile sia alle funzioni di front-office sia a quelle di back-office.
“L’arrivo massiccio dell’intelligenza artificiale nella operatività delle aziende già oggi imporrà cambiamenti radicali per come l’azienda dovrà essere organizzata e per i ruoli e le mansioni che dovranno essere svolte”, dichiara Paolo Borzatta, Senior Partner The European House-Ambrosetti. “Se consideriamo poi le capacità di astrazione sempre più alte della AI, negli aggiornamenti previsti e prevedibili, questo cambiamento sarà ancora più traumatico. Per affrontarlo occorre che i CEO interiorizzino comportamenti simbiotici con la AI nell’azienda sia per il loro ruolo, che per disegnare il ruolo dei collaboratori”.

“Gli esperti di tecnologia e i business leader hanno cominciato a interrogarsi sugli effetti potenziali dell’AI nei loro settori, nelle economie e nella società in generale. Nell’analisi degli scenari, l’approccio più realistico ha condotto a individuare aree di sinergia tra uomo e macchina e ambiti di applicazione in cui alcuni lavori possono essere eseguiti con l’ausilio di tecniche di AI” commenta Luisa Arienti, amministratore delegato di SAP Italia. “Sfruttare il potenziale delle nuove tecnologie è una priorità per le persone e per le imprese e chi si occupa di innovazione ha il dovere di aiutarle a coglierne i benefici. Come emerge dalla ricerca, il nostro Paese non è lontano da questa consapevolezza. Uno dei principali obiettivi di SAP è contribuire alla creazione dell’impresa intelligente, anche attraverso la collaborazione virtuosa tra uomo e macchina: solo in questo modo è possibile mettere l’essere umano al centro dell’agire economico, migliorare la vita delle persone e contribuire alla crescita del Paese”.



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