Reskilling: con l'avvento della AI nascono nuovi profili di lavoratori

Obiettivo reskilling: 10 profili che le aziende devono subito formare

Pubblicato il 2 agosto 2025

L’intelligenza artificiale (AI) sta trasformando il mercato del lavoro in Italia, con le offerte legate alle competenze AI che sono quasi raddoppiate tra il 2019 e il 2025. Oltre alle competenze tecniche, cresce la richiesta di abilità etiche, evidenziando una rivoluzione non solo tecnologica ma anche culturale. Ma anche le risorse già in azienda possono essere formate ad affrontare questa rivoluzione, e le imprese sono alla ricerca degli strumenti migliori per garantire il reskilling e l’upskilling dei propri collaboratori.

“L’errore più comune che fanno molti imprenditori è pensare che la transizione digitale sia solo una questione di software. In realtà è una questione di persone. Formare i dipendenti già assunti significa metterli nella condizione di affrontare con serenità e competenza i cambiamenti in atto. A richiedere questo non è solo il mercato ma gli stessi lavoratori”, commenta Sebastiano Gadaleta, founder e direttore generale di Progetto Impresa, realtà attiva nella formazione finanziata e nella consulenza per la trasformazione digitale delle imprese.

L’AI rivoluziona il mondo del lavoro, anche in Italia

Le offerte di lavoro che richiedono competenze AI sono infatti cresciute dell’80% in soli 6 anni (2019-2025). Lo riporta un’elaborazione del portale statistico Our World in Data basata sul recente “Lightcast via AI Index Report”. L’indagine ha considerato gli annunci di lavoro come correlati all’intelligenza artificiale quando questi prevedevano una o più competenze legate all’AI, come, per esempio, l’elaborazione del linguaggio naturale, le reti neurali, l’apprendimento automatico o la robotica.

La quota generale di ricerche di personale con competenze AI sono così passate, sempre in ambito italiano, dallo 0,5% del 2019 allo 0,9% di inizio 2025. Negli Stati Uniti la percentuale è invece dell’1,8%, con una crescita del 200% nell’ultimo decennio, dato che lascia presagire un’ulteriore e forte crescita anche nel Belpaese.

La rivoluzione dell’intelligenza artificiale, nelle aziende, sta quindi creando nuove professionalità e, nel contempo, trasformando profondamente quelle esistenti.

Le nuove competenze

Tra le competenze richieste, però, non ci sono più solo quelle tecniche o analitiche, ma anche etiche. A rivelarlo è uno studio pubblicato dall’Università di San Diego, che ha recentemente analizzato come alcuni effetti si stiano già facendo sentire sulle organizzazioni aziendali.

Per le imprese, ma anche per i professionisti, la trasformazione non è, quindi, solo tecnologica, ma anche e per l’appunto culturale. L’upskilling e il reskilling delle risorse umane diventano, allora, una necessità, soprattutto poiché, stando ai dati più recenti, meno di un italiano su due (il 46%), tra i 16 e i 74 anni, possiede competenze digitali di base, contro una media europea superiore del 10% (56%). La vera sfida, anche per le PMI che costituiscono l’ossatura dell’economia italiana, sarà quella di riuscire ad accompagnare i lavoratori in questo processo, garantendo un aggiornamento formativo continuo e flessibile.

Una formazione continua 

In tale contesto, le imprese del Belpaese sono alla ricerca dei migliori strumenti per garantire al personale già assunto la formazione continua necessaria e l’alleanza con enti formativi e istituzioni può rappresentare un fattore chiave. Ne sono convinti gli esperti di Progetto Impresa, società italiana che da anni opera nel campo della formazione finanziata e della consulenza per la trasformazione digitale e oggi inclusa nella prestigiosa classifica “FT1000 Europe’s Fastest-Growing Companies” del Financial Times.

“In un momento in cui l’intelligenza artificiale sta ridefinendo il concetto stesso di lavoro, è fondamentale non farsi trovare impreparati” spiega Gadaleta. “Le nostre imprese devono capire che la formazione non è un costo, ma un investimento. A richiederla, peraltro, non è solo il mercato, ma sono gli stessi lavoratori, che sentono di averne bisogno per rimanere competitivi”.

“E grazie ai fondi pubblici disponibili, questo investimento può essere sostenuto senza pesare sul bilancio e, allo stesso tempo, può essere oggi erogato con modalità che evitano di sottrarre tempo prezioso all’operatività quotidiana. Soprattutto per le PMI è centrale la finanza agevolata. Per potervi accedere, però, è necessario che le aziende si affianchino a partner consulenziali che si occupino di individuare il bando più adatto, redigere il progetto formativo, gestire la burocrazia e monitorare l’intero processo fino all’erogazione dei corsi. In questo modo, le imprese possono concentrarsi sul proprio core business, senza rinunciare all’innovazione”.

La presenza dell’innovation manager 

L’affiancamento di un innovation manager è, in questo scenario, fondamentale: molte aziende italiane, infatti, non sono ancora pienamente consapevoli delle opportunità legate alla formazione finanziata.

Fondi interprofessionali, bandi regionali (come i PIA e i voucher per la digitalizzazione), progetti del PNRR e finanziamenti europei sono strumenti che permettono di accedere a corsi specializzati, coaching, upskilling e reskilling del personale. Inoltre, l’adozione dell’AI richiede una revisione della governance e della cultura aziendale.

“L’errore più comune che fanno molte delle nostre imprese e dei nostri imprenditori” continua Gadaleta “è pensare che la transizione digitale sia solo una questione di software. In realtà è una questione di persone. Formare i propri dipendenti significa metterli nella condizione di affrontare con serenità e competenza i cambiamenti in atto, evitando resistenze e valorizzando i talenti interni. Tutti possono acquisire nuove competenze, se opportunamente affiancati e formati”.

In questo modo, sempre secondo gli esperti, si possono guidare e condurre i dipendenti già presenti in azienda ad acquisire nuovi titoli e a rivestire nuovi profili professionali.

Secondo gli esperti del team multidisciplinare di Progetto Impresa, ecco quali saranno i 10 profili professionali più ricercati sul mercato e sui quali investire entro la fine del 2025:
  1. AI engineer: progetta e sviluppa sistemi intelligenti capaci di apprendere e adattarsi.
  2. Machine Learning engineer: specializzato nella creazione di algoritmi che permettono alle macchine di apprendere dai dati.
  3. Data scientist: analizza grandi quantità di dati per estrarre informazioni utili e supportare decisioni strategiche.
  4. AI Ethic specialist: si occupa delle implicazioni etiche e legali dell’uso dell’intelligenza artificiale.
  5. Prompt engineer: ottimizza le interazioni tra utenti e modelli linguistici avanzati, come i chatbot.
  6. Responsabile dei contenuti generati dall’AI: supervisiona la creazione di contenuti da parte di sistemi intelligenti, garantendone qualità e coerenza anche valoriale.
  7. AI Product manager: guida lo sviluppo di prodotti basati su intelligenza artificiale, coordinando team multidisciplinari.
  8. AI Solutions architect: progetta l’integrazione di sistemi intelligenti all’interno delle infrastrutture aziendali.
  9. Robotic Automation specialist: implementa soluzioni robotiche intelligenti nei processi produttivi.
  10. Chief AI officer (Caio): dirigente responsabile della strategia aziendale in ambito intelligenza artificiale.



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