Etica del lusso: la tecnologia come alleato per una filiera della moda trasparente e sostenibile
Nel comparto moda la tracciabilità della filiera rappresenta l’unica soluzione possibile per ridurre i rischi di caporalato. Oggi, per i brand, è necessario garantire lungo tutta la catena di fornitura il rispetto delle normative, dei requisiti ESG e dei principi etici, assicurando ai consumatori una storia autentica di qualità e sostenibilità
Dai grandi brand di lusso alle botteghe artigiane, dai materiali alle lavorazioni su misura, la moda italiana contribuisce per il 5% al PIL nazionale, genera un valore aggiunto di 75 miliardi di euro e produce 65 miliardi di esportazioni: a dirlo è l’ultima analisi della Direzione Strategie Settoriali e Impatto di Cdp.
Un trend incoraggiante che si misura con la pressione giudiziaria di alcune amministrazioni italiane che hanno denunciato casi di caporalato e irregolarità nella filiera manifatturiera. Le segnalazioni riguardano criticità legate alle condizioni di lavoro e alla trasparenza dei processi produttivi, aspetti che possono condizionare la reputazione e la sostenibilità del business.
Ogni marchio collabora con centinaia, talvolta migliaia, di fornitori diretti, ciascuno dei quali può avere a sua volta due o tre subfornitori non sempre dichiarati.
C’è una criticità nel sistema moda, confermata anche da Remira Italia, multinazionale con oltre 20 sedi in Europa e specializzata in soluzioni software per la supply chain. Sappiamo che, seppure oggi il 60-70% dei brand monitora i fornitori diretti, con un massimo del 90% tra le realtà più grandi e strutturate, con l’allungarsi della catena produttiva la trasparenza diminuisce: poche aziende tracciano i fornitori di secondo livello e soltanto il 6% controlla la terza e quarta maglia della filiera.
Per far fronte a questa situazione, le tecnologie digitali permettono di trasformare la tracciabilità in un processo sistematico, continuo e affidabile, basato su dati verificabili e non solo sulla fiducia. È in questa direzione che si muove Remira Italia: grazie alla sua piattaforma di supplier collaboration, centralizza dati e documenti, monitora la relazione con i fornitori, garantisce processi efficienti e trasparenti, supportando i brand moda nel percorso verso il rispetto delle future normative europee.
Il ruolo della tecnologia
Digitalizzare la mappatura dei fornitori, infatti, significa trasformare una visione parziale della supply chain in un quadro completo, che comprende non solo quelli diretti ma anche subfornitori e terzisti. Vuol dire raccogliere dati aggiornati e monitorare le produzioni, conoscendo dove si svolgono e verificando di conseguenza il rispetto dei principi etici, ambientali e sociali.
Tra le innovazioni destinate a trasformare le filiere europee c’è il Digital Product Passport (DPP), previsto dal regolamento Ecodesign for Sustainable Products (Espr). Questo strumento digitale permetterà di raccogliere e certificare i dati relativi all’origine, alla produzione e all’impatto ambientale dei prodotti. L’obiettivo per le aziende di diversi comparti è quello di essere pienamente conformi tra il 2027 e il 2030. In questa direzione si muove Remira Italia che integra già le logiche del DPP nelle proprie soluzioni di tracciabilità per aiutare i brand a gestire e condividere informazioni di filiera in modo sicuro e trasparente.
L’esperienza di Remira: la tecnologia al servizio della responsabilità
Molti grandi gruppi stanno già tracciando oltre il 90% della loro filiera con il supporto di Remira Italia, scoprendo fornitori non dichiarati e regolarizzando i rapporti. In molti casi, inoltre, questo lavoro ha portato a una gestione digitalizzata e automatizzata dell’attività documentale (contratti, buste paga, attestazioni). I risultati? Tempi ridotti per l’individuazione di eventuali non conformità e miglioramento delle condizioni di lavoro lungo la filiera, senza alcun impatto negativo sulla produttività.
L’attenzione alla trasparenza non deve essere percepita come un vincolo per il settore del lusso e della moda ma rappresenta un’opportunità di valorizzazione. Per incentivare l’adozione di policy di tracciamento da parte di aziende, fabbriche e artigiani, è essenziale offrire incentivi come bonus e agevolazioni destinate alla digitalizzazione dei processi di monitoraggio della filiera.
Formazione e strumenti informatici, intuitivi e accessibili, consentono alle realtà produttive (grandi e piccole) di implementare con maggiore facilità la tracciabilità e la raccolta dei dati, riducendo costi e complessità. Affinchè il processo di trasformazione sia fluido, la chiave è la proporzionalità: è importante prevedere percorsi di adeguamento graduali per chi parte da situazioni più complesse, mantenendo però obiettivi comuni per tutti.
C’è poi da chiedersi in che misura i consumatori, il mercato e la percezione dell’esterno influenzano l’urgenza di una certificazione dei fornitori.
Sempre più infatti si assiste a un aumento della domanda di trasparenza, le campagne sui social e i requisiti ESG lungo la filiera che esercitano una forte pressione sui brand ad agire tempestivamente. Inoltre, la tutela della reputazione, unita alle aspettative di retailer e buyer internazionali, accelerano l’adozione di certificazioni riconosciute e affidabili. In pratica, mercato e percezione esterna spesso sono il driver più efficace per l’adozione di misure concrete.
Oltre a ciò, grazie alle informazioni fornite dal Digital Product Passport, i consumatori potranno presto confrontare in modo immediato i prodotti, premiando i marchi con filiere responsabili e penalizzando chi non adotta sistemi di tracciabilità solidi.
Un meccanismo win-win che, da un lato, tutela e valorizza il brand delle aziende e, dall’altro, offre ai fornitori l’opportunità di allinearsi alle nuove esigenze del mercato attraverso trasparenza e certificazione. Una strada che consente di preservare la storia dell’eccellenza del Made in Italy.
Un registro dei fornitori: la soluzione per salvaguardare il Made In Italy?
Digitalizzare la filiera significa introdurre accountability: ogni attore diventa visibile, tracciabile e responsabile nel tempo. Le aree di opacità e le intermediazioni informali sono, infatti, il terreno in cui più facilmente si insinuano fenomeni di sfruttamento e pratiche come il caporalato. Al contrario, quando ogni passaggio è documentato, lo spazio per comportamenti illegali si riduce fino quasi a scomparire.
Osservando lo stato dell’arte dell’industria manifatturiera, una possibile evoluzione per la gestione della filiera della moda potrebbe prevedere il coinvolgimento di un ente terzo, incaricato di mantenere un registro dei fornitori e di verificarne periodicamente la conformità a requisiti di legalità e qualità. Questo approccio offrirebbe ai marchi un punto di riferimento affidabile per individuare partner qualificati, contribuendo a ridurre i rischi operativi e reputazionali.
L’efficacia di un sistema di questo tipo dipenderebbe, però, da numerosi fattori: la definizione di criteri chiari e standard uniformi, una gestione digitale dei dati costantemente aggiornata e la disponibilità di risorse economiche adeguate. Non mancano, tuttavia, le criticità: la disomogeneità normativa tra Paesi, le questioni legate alla protezione dei dati (GDPR), la riluttanza di alcuni fornitori a condividere informazioni sensibili, oltre alle complessità organizzative e ai costi di audit e certificazione, particolarmente gravosi per le piccole imprese.
Fonte foto Pixabay_MaryBlack_art
A cura di Matteo Sgatti, chief sales marketing officer di Remira Italia - www.remira.com/it
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