Incendi: con la termografia la prevenzione diventa predittiva
Il 2025 si è confermato come un anno record per gli incendi in Italia. Capannoni industriali con tetti in lamiera che raggiungono i 70°C, impianti di stoccaggio rifiuti sovraccarichi, depositi di carta e materiali combustibili lasciati all’aperto, aree perimetrali di grandi stabilimenti e macchinari di lavoro che per guasti si surriscaldano: con l’aumento delle temperature, salgono anche i rischi. Secondo i dati di Legambiente e del sistema europeo EFFIS, tra gennaio e ottobre 2025 sono andati in fumo oltre 94.000 ettari di territorio, quasi il doppio rispetto all’intero 2024.
Il problema dei sistemi di sicurezza tradizionali è uno solo, ma fondamentale: arrivano tardi.
La rilevazione del fumo nelle aziende è indispensabile e in alcuni casi obbligatoria (secondo la normativa UNI 11224 e UNI 9795), ma interviene quando la combustione è già avviata, quando il danno è già in corso. In estate, con temperature elevatissime e vento, anche pochi minuti possono fare la differenza tra un intervento tempestivo e un disastro ambientale.
Il calore precede sempre il fumo: il principio della termografia
Prima che appaia il fumo, prima ancora che si innesti la fiamma, c’è una fase di surriscaldamento: un’anomalia termica, un delta di temperatura rispetto alla norma. È esattamente lì che interviene la termografia.
Le telecamere termiche non “vedono” luce, come le normali videocamere: rilevano la radiazione infrarossa emessa dagli oggetti, trasformandola in una mappa di temperatura in tempo reale. Ogni zona dell’area monitorata viene analizzata continuamente, con soglie configurate in base al contesto. Quando un’area supera la soglia definita, o quando si registra un delta termico anomalo rispetto alle condizioni di base, il sistema genera automaticamente un allarme, consentendo l’intervento prima dell’innesco.
Il passaggio concettuale è fondamentale: non si reagisce agli effetti dell’incendio (fumo, fiamme), ma si rileva direttamente la causa (il surriscaldamento), guadagnando un margine di intervento prezioso.
Dove la termografia fa la differenza
In alcune tipologie di siti, spesso difficili da monitorare con sistemi tradizionali, la termografia entra in aiuto:
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Impianti di gestione rifiuti e discariche
Plastiche, materiali organici e scarti industriali sono soggetti a processi di autocombustione accelerati dal calore. La rilevazione del fumo in questi ambienti è problematica, dal momento che c’è già una componente di polveri e odori. La termografia individua le anomalie termiche con precisione millimetrica, anche su ampie superfici all’aperto.
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Depositi e aree di stoccaggio esterne
Container, depositi di carta, pallet in legno, imballaggi in plastica: tutte superfici che assorbono e irradiano calore. Con temperature esterne superiori ai 35°C, bastano pochi gradi di surriscaldamento localizzato per trasformare un magazzino in un focolaio.
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Capannoni industriali e aree produttive
I tetti in lamiera di un capannone possono raggiungere temperature proibitive nelle ore centrali della giornata. Se internamente sono presenti sostanze infiammabili o processi produttivi che producono fonti di calore, come macchinari industriali, la sovrapposizione dei fattori aumenta esponenzialmente il rischio.
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Impianti fotovoltaici
Spesso posizionati su tetti o in aree remote, i pannelli solari possono sviluppare hot-spot da malfunzionamento o danneggiamento. La termografia è lo strumento per eccellenza per il monitoraggio preventivo di questi impianti, sia per la safety che per la manutenzione predittiva.
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Aree boschive e perimetrali
Per gli enti pubblici, le riserve naturali e le aziende con stabilimenti a confine di zone a rischio, le telecamere termiche rappresentano oggi un presidio efficace anche per la sorveglianza di interfaccia tra il perimetro aziendale e il territorio circostante.
Integrazione, non sostituzione: un approccio a livelli
Un punto essenziale da chiarire: la termografia non sostituisce i sistemi di rilevazione incendio certificati secondo la norma UNI 9795. Questi rimangono obbligatori e irrinunciabili. La termografia si aggiunge come livello proattivo e predittivo, creando un sistema di sicurezza multi-strato:
- Livello 1: prevenzione termica. Telecamere termografiche che monitorano anomalie di temperatura prima dell’innesco.
- Livello 2: rilevazione fumo/fiamma. Sistemi certificati che intervengono all’avvio della combustione.
- Livello 3: risposta operativa. Un SOC attivo 24/7 che verifica gli allarmi, valuta la situazione in tempo reale e coordina l’intervento delle squadre preposte.
Il valore strategico per le imprese: continuità operativa, non solo compliance
Parlare di prevenzione incendi solo in termini di obbligo normativo è riduttivo. Il vero valore è nella continuità operativa.
Secondo i dati di ANIA, il 40-50% delle aziende che subisce un incendio grave non riesce a riprendere l’attività entro 2 o 3 anni. Non si tratta solo di danni materiali: è il fermo impianti, sono le penali su commesse, è la perdita di clienti e la quota di mercato ceduta ai concorrenti. Per incendi industriali di medie dimensioni, i soli costi di bonifica ambientale delle acque di spegnimento possono superare i 5 milioni di euro (fonte: Pool Ambiente).
Investire in termografia significa trasformare un rischio statistico in un parametro governabile. Significa poter rispondere al proprio board, o al proprio assicuratore, con dati, soglie, log di allarme e prove di presidio attivo. Significa, in ultima analisi, trattare la sicurezza antincendio non come un adempimento, ma come un asset strategico per la resilienza del business.
Gianluca Bianchetti, Technical Pre Sales di Axitea - www.axitea.com/it
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