Sace: il 2021 è l’anno della ripresa per l’export italiano

Pubblicato il 16 marzo 2021
sace mappa dei rischi export italia

A un anno dall’inizio della pandemia che ha portato a una recessione globale senza precedenti, l’incertezza economica permane e il quadro complessivo dei rischi è decisamente più elevato ed eterogeneo. Ma il 2021 sarà un anno di transizione verso la ripresa, grazie ai progressi nel contrasto al virus e nonostante i rischi di nuove ondate, trainata dai fattori di resilienza e da una nuova attenzione alla sostenibilità come parte integrante delle strategie di competitività aziendale.

Questo lo scenario delineato nel Focus On sulla Mappa dei Rischi 2021 – “Rosso, giallo e green: i colori dei rischi e della ripresa sostenibile per l’export italiano” di Sace, il cui mappamondo interattivo online, giunto quest’anno alla XV edizione, delinea i profili di rischio per le imprese che esportano e operano in circa 200 mercati esteri. Uno strumento che in quest’edizione si avvale di un set aggiornato di indicatori che valutano, insieme ai tradizionali fattori di rischio di credito e rischio politico, anche aspetti di sostenibilità ormai imprescindibili, definiti in collaborazione con la Fondazione Enel: cambiamento climatico, benessere sociale, e transizione energetica.

Ne emerge un quadro contraddistinto da un incremento generalizzato dei livelli di rischio, ma anche da una profonda eterogeneità tra le diverse aree geografiche, in cui le imprese potranno sfruttare le opportunità di crescita persino nelle Regioni più “instabili”, grazie a un approccio in cui competitività e sostenibilità diventano due facce della stessa medaglia.

Gli scenari globali sono ancora profondamente segnati dallo shock pandemico, che nell’ultimo anno ha imposto un improvviso cambiamento delle priorità di numerosi Stati. Le misure d’emergenza per il contenimento e contrasto del contagio hanno innalzato alcune tensioni economico-sociali e si sono tradotte in un aumento dei livelli di debito pubblico e privato, già critici soprattutto nei Paesi a medio e basso sviluppo. Ciononostante è attesa una ripresa a “V” dell’economia mondiale nel 2021, con un inizio piuttosto timido per poi prendere vigore nel corso dell’anno e quindi recuperare pienamente dopo la profonda recessione registrata lo scorso anno.

La crisi pandemica ha contribuito a un ulteriore incremento del debito mondiale, sia pubblico che privato, nel 2020: un aumento di 24 mila miliardi che ha portato il debito complessivo a raggiungere quota 281 mila miliardi, pari al 355% del Pil globale e in netto aumento rispetto al 320% raggiunto nel 2019 (dati IIF). Il Fondo Monetario Internazionale ha sostenuto le esigenze finanziarie delle economie in difficoltà con linee di credito ed estensione di programmi ad hoc fornendo liquidità per 32,3 miliardi di dollari in 83 Paesi, di cui circa 16,7 miliardi verso l’Africa Subsahariana, circa 5,4 miliardi verso l’America Latina e circa 3,9 miliardi verso il Medio Oriente e il Nord Africa. Anche i Paesi membri del G20 si sono mossi con l’iniziativa di sospensione del servizio sul debito per concedere alle economie più fragili alle conseguenze dello shock un riscadenzamento del debito a parità di valore.

In questo scenario d’incertezza, si fanno strada aspettative di ripresa per il 2021 e per il biennio successivo, sebbene a tassi meno sostenuti che in passato. Secondo Oxford Economics, l’attività economica globale è attesa in ripresa del 5% nel 2021, secondo l’OCSE del 4,2%, e secondo il FMI del 5,5%. Ma il rimbalzo stimato quest’anno per le economie avanzate non sarà tale da recuperare la contrazione del 2020. Per contro, i Paesi emergenti registreranno una dinamica più pronunciata grazie sia a una maggiore efficienza nel contenere la crisi sanitaria in importanti economie come quelle del Sud-est asiatico, ad esempio Corea del Sud e Vietnam, sia al forte traino della Cina.

La Mappa 2021 dipinge un quadro dei rischi dai colori più accesi, con un incremento generalizzato di tutti i profili di rischio. L’aumento più pronunciato riguarda i rischi di credito, a causa degli impatti economici della pandemia, ferma restando una forte attenzione alle tensioni politico-sociali e alla sostenibilità riflesse dagli altri indicatori.

Si tratta del rischio che la controparte estera (sovrana, bancaria o corporate) non sia in grado o non sia disposta a onorare le obbligazioni derivanti da un contratto commerciale o finanziario. Dei 194 Paesi analizzati, in 22 diminuisce il livello di rischio, con l’Europa emergente e Comunità degli Stati Indipendenti (CSI) che hanno tenuto mentre in Asia è il Vietnam a distinguersi in chiave positiva. A seguire, sono 52 i Paesi stabili e 120 quelli in peggioramento; questo deterioramento è riscontrabile soprattutto nella componente sovrana per effetto del forte incremento dei livelli di debito pubblico. Questi ultimi riguardano buona parte dei Paesi dell’Africa Subsahariana e di quelli dell’area nord africana e mediorientale, in particolare è lo Zambia riportare il maggior incremento dello score del rischio.

Gli score delle principali geografie avanzate, benché in regresso, non hanno registrato un deterioramento eccessivo. In Europa emergente e CSI il rischio di credito è in aumento, pur mantenendosi ancora a livelli medi. La Russia e i Paesi dell’area come Lituania e Ucraina hanno beneficiato di una relativa stabilità e di minori restrizioni imposte all’economia. Le imprese locali potranno contare sul supporto delle banche, specialmente nei sistemi caratterizzati da una maggiore presenza di istituti controllati dallo Stato.

La regione del Medio Oriente e Nord Africa ha registrato un generale peggioramento dei rischi, sulla scia di una contrazione media del Pil del 10% nel 2020, forse la più ampia dagli anni ‘80 del secolo scorso, ma alcuni Paesi resilienti dell’area torneranno ai livelli pre Covid-19: Marocco, Arabia Saudita e Turchia. Nel Golfo, Qatar, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita sono tra i Paesi che hanno potuto meglio reagire alla crisi in corso, grazie anche all’ampia liquidità di cui beneficiano i conti pubblici e gestita dai rispettivi fondi sovrani; in particolare i primi due hanno registrato un miglioramento del rischio di credito, già medio-basso.

Il peggioramento dei rischi è piuttosto generalizzato anche in America Latina, ma il quadro presenta alcune eccezioni per economie dai fondamentali più solidi come Perù, Cile e Uruguay e per l’Argentina, già in difficoltà negli anni precedenti, ma che nel 2021 sconta una riduzione del profilo di rischio grazie alla ristrutturazione del debito verso i creditori esteri di natura privata.

Gli effetti economici della pandemia non hanno risparmiato una delle aree più dinamiche a livello globale come l’Asia, dove solo 7 economie su 28 non presentano un peggioramento in nessuna delle tre categorie del rischio di credito. In Cina lo score si è mantenuto stabile grazie a provvedimenti restrittivi molto forti, seguiti da misure di stimolo economico. Contenimento efficace della pandemia anche da parte di Corea del Sud e Taiwan, che ha permesso loro di mantenere invariato lo score. Si distingue in chiave positiva il Vietnam, unica economia dell’area con un miglioramento del rischio di credito, grazie a una lieve riduzione delle componenti bancaria e corporate: un risultato che premia il modello di sviluppo che sta rendendo il Paese uno dei più importanti hub manifatturieri del Sudest Asiatico e rafforzato dall’entrata in vigore, lo scorso agosto, dell’accordo commerciale con l’UE che consente un accesso preferenziale al mercato europeo. Fra le economie che hanno risentito maggiormente del peggioramento del profilo di rischio sovrano troviamo l’India dove lo shock pandemico ha innescato una forte contrazione della domanda domestica, amplificata dal difficile funzionamento degli ammortizzatori sociali e dalla “tiepida” risposta fiscale del governo, preoccupato dall’ingente debito pubblico.

Anche gli indicatori di rischio politico – che comprendono i rischi di guerra, disordini civili e violenza politica, i rischi di esproprio e di violazioni contrattuali e i rischi di restrizioni al trasferimento e alla convertibilità valutari – hanno segnato un aumento nel 2020, più spiccato nei mercati emergenti e in via di sviluppo. Dei 194 Paesi analizzati, 48 migliorano, 60 sono stabili e 86 in peggioramento. Nell’area Subsahariana il rischio è aumentato di 5 punti (da 57 a 62), in controtendenza rispetto al trend positivo degli anni precedenti, a causa di situazioni di aperta conflittualità che hanno interessato circa un Paese su tre dell’area e di instabilità pregresse.

I rischi politici aumentano principalmente a causa dell’inasprimento della violenza politica. In India e in Thailandia si sono succedute numerose manifestazioni di dissenso contro il Governo per la carenza di misure pubbliche di sostegno a fronte dell’emergenza sanitaria che ha acuito ancor di più le disuguaglianze sociali. Una dinamica meno accentuata si è registrata in America Latina già scossa nel 2019 in molti contesti da proteste diffuse e a volte dai tratti violenti, dove il perdurare della fase emergenziale non deve far escludere che la situazione possa degenerare in economie politicamente già fragili, molte delle quali sono state o saranno chiamate alle urne nel corso dell’anno: Ecuador ed El Salvador a febbraio, Perù ad aprile, Messico a luglio, Argentina a ottobre e Cile a novembre. Anche la Tunisia ha vissuto un’escalation di proteste legate sia all’anniversario della Primavera Araba, che proprio dal Paese ebbe origine, sia al peggioramento della condizione economica della popolazione. Anche le economie avanzate, dal Regno Unito agli Stati Uniti, hanno segnato un aumento delle tensioni politico-sociali, sebbene in un contesto di rischiosità complessivamente più basso rispetto alle altre aree geografiche.

Il nuovo set di indicatori, elaborato in collaborazione con Fondazione Enel, comprende un indicatore di rischio di cambiamento climatico che monitora i principali rischi climatici (es. alte temperature, fragilità idrogeologica e vento) e i relativi impatti socio-ambientali, a cui si aggiungono due campi di analisi: il primo di benessere sociale, approfondisce la demografia, l’uguaglianza, il livello di salute, l’istruzione e il lavoro, evolvendo l’approccio del Benessere Equo Sostenibile (BES) utilizzato da Istat; il secondo, di transizione energetica, misura lo stato di avanzamento e gli effetti geopolitici della riconversione verso un nuovo mix energetico, quale fattore di resilienza, in un contesto caratterizzato dal crollo del prezzo del petrolio e dall’ascesa delle risorse rinnovabili e reti elettriche.

Sotto questo profilo, spicca il posizionamento dell’Europa, ma anche dell’America Latina, con una forte presenza di generazione rinnovabile in paesi come il Cile, il Perù e il Brasile, primo classificato tra i membri del G20 e con i migliori risultati sulle rinnovabili. In Africa sub-sahariana buono il posizionamento del Kenya. Sul fronte dell’efficienza energetica, i Paesi industrializzati occidentali vantano sicuramente il miglior posizionamento – con Italia e Germania appena fuori dal gruppo dei 10 migliori – seguite da Paesi Bassi, Regno Unito e Giappone. India e Cina tra i meno performanti in efficienza, accompagnati dai Paesi dell’Africa Subsahariana. I Paesi europei e Paesi asiatici quali Giappone, Corea del Sud, Cina e Vietnam dominano il ranking di elettrificazione dei consumi. Mal posizionata l’America Latina, con l’eccezione del Cile, e soprattutto l’Africa Subsahariana, a esclusione del Sud Africa e di piccoli Paesi insulari come Seychelles e Mauritius.



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