Investimenti ed export: ciò che manca all’industria italiana
A fronte di un PIL di fine 2015 di appena +0,1%, alcuni settori risultano positivi, automotive e farmaceutico in testa, grazie all'export
Dario Di Vico su Corriere.it parlava lo scorso febbraio dell’amara crescita di appena lo 0,1% del PIL italiano nel quarto trimestre 2015: numeri ancora poco convincenti per citare il 2015 come “primo anno post-recessione”. Più incoraggiante, però, anche a detta di Di Vico, sarebbe l’andamento di alcuni settori che hanno visto una certa effettiva ‘ripresina’ nel 2015: l’industria dell’automotive e quella farmaceutica.
Sempre citando i dati resi noti da Di Vico nell’articolo su Corriere.it, nel 2015 si è registrato a livello nazionale un +15% di immatricolazioni, mentre presidente di Farmindustria, Massimo Scaccabarozzi, ha affermato in febbraio che la farmaceutica “ha archiviato la crisi economica”.
Vero punto di forza in tutto questo è la capacità di esportazione italiana: sono circa 20 mila le imprese che vendono all’estero con continuità e profitto. Attorno altre 60 mila imprese esportano ancora saltuariamente ma stanno maturando buone esperienze. Crediamo anche noi come Di Vico, a fronte di questi e altri dati, che il potenziale di export del ‘made in Italy’ sia ancora ampio. Per sfruttare a pieno questo potenziale occorre continuare a investire, contro la tipica ‘mancanza di progettualità’ (si legga investimenti) che troppo spesso caratterizza la nostra industria, in risorse tecnologiche e umane. Un recente studio presentato da Ucimu-Confindustria (Associazione che riunisce i costruttori italiani di macchine utensili) sullo stato di salute del parco macchine impiegato nelle aziende italiane riporta come l’età media dei macchinari nelle aziende tricolori è troppo alta ed è soprattutto invecchiata negli ultimi 40 anni.
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