Il 60% delle aziende investe convinto in Industria 4.0

Pubblicato il 19 aprile 2021
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L’impatto della pandemia di Covid-19 sui conti economici e gli stati patrimoniali delle aziende manifatturiere italiane non ha fermato l’interesse verso le soluzioni di Industria 4.0. Durante la pandemia, infatti, il 63% delle imprese indagate non solo non ha interrotto i flussi di capitali a supporto dei progetti di Smart Manufacturing, ma li sta accelerando dedicando in media più di 1/3 del factory budget.

È questo il quadro che emerge dal report di DeloitteL’importanza di un approccio ecosistemico alle iniziative di Industry 4.0 – una fotografia del settore manifatturiero italiano’, condotto tramite un sondaggio online a oltre 850 dirigenti di aziende manifatturiere in 11 Paesi a livello mondiale (Italia, Canada, Cina, Francia, Germania, Giappone, India, Messico, Spagna, UK e USA) e su interviste qualitative condotte a oltre 30 executive del comparto.

Andrea Muggetti, Industrial Products & Construction Sector Leader di Deloitte, ha commentato: “Alla luce di questi numeri il Next Generation Plan europeo rappresenta uno stimolo per le riforme, ma anche la possibilità di accelerare la trasformazione digitale delle aziende manifatturiere italiane, alle prese con una sfida chiave per recuperare competitività e abilitare il paradigma della fabbrica digitale. Nella definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà centrale adottare un processo di modernizzazione strutturale attraverso una strategia organica, che porti investimenti nelle tecnologie emergenti e sostegno allo sviluppo tecnologico”.

A livello italiano, dal report sono emersi tre ambiti specifici dove le nostre aziende eccellono, riuscendo a gestire su ampia scala le iniziative di Industria 4.0 e dimostrando un grado di maturità maggiore rispetto ad altre geografie: l’automatizzazione di magazzini e centri di distribuzione (57%), l’uso di sensori in grado di rilevare la qualità di un prodotto/processo aziendale (53%) e prodotti smart e interconnessi grazie a tecnologie IoT (40%). “Affinché si possa registrare un aumento del grado di maturità delle aziende nel prossimo futuro – ha proseguito Andrea Muggetti – data la complessità di questi progetti ed i loro impatti su tutta la struttura aziendale, i principali player dovranno adottare un approccio olistico all’Industria 4.0, che vada oltre la sola tecnologia e tenga conto anche del modello di business e delle trasformazioni organizzative sottostanti”.

Inoltre, la maggiore propensione delle aziende a supportare iniziative di Industria 4.0 risente anche di un nuovo approccio che va diffondendosi sempre più: 9 aziende su 10 riconoscono infatti l’importanza di aprirsi a ecosistemi di smart manufacturing.

Andrea Muggetti ha spiegato: “Data la composizione del tessuto produttivo italiano, caratterizzato da una quota notevole di micro e piccole imprese, il ruolo degli ecosistemi è quanto mai centrale in quanto aiutano ad ottimizzare i processi innovativi, facendo leva sia sulla ricerca condotta internamente all’azienda sia sui processi di trasferimento tecnologico con soggetti terzi, non necessariamente facenti parti della medesima filiera del valore, con cui si condividono sia obiettivi che sfide. I principali vantaggi, offerti da un approccio ecosistemico, risiedono nella possibilità delle aziende di colmare velocemente gap di natura economica, finanziaria, organizzativa e tecnica e nell’effetto “rete” degli ecosistemi, grazie ai quali l’interazione fra una pluralità di soggetti, aventi ciascuno specifiche competenze e risorse, produce un valore superiore alla somma delle singole parti”.

Le aziende italiane partecipano a ecosistemi produttivi in ambito smart-manufacturing prima di tutto per migliorare il proprio time-to-market (34%), sviluppare nuovi canali o mercati (29%) e migliorare la propria capacità innovativa (26%). Una potenziale riduzione dei costi, sebbene rappresenti un aspetto molto rilevante e generi benefici non trascurabili – specialmente in un contesto quale quello che le aziende stanno attraversando a causa delle conseguenze della pandemia – non è però la determinante principale della costituzione di un ecosistema (14%).

Secondo l’analisi di Deloitte, condotta sulle principali dimensioni di valutazione di un approccio ecosistemico, la maturità dichiarata dalle aziende manifatturiere italiane è quasi sempre inferiore rispetto a quella che le loro azioni e strategie lascerebbero intendere. Alla richiesta di esaminare lo stato attuale di maturità dei loro ecosistemi, solo tra il 7% e il 47% degli intervistati si è classificato a un livello di maturità di 4 o 5 su 5 per ciascuna delle caratteristiche identificate. Il divario esistente rispetto all’importanza di ciascuna caratteristica suggerisce che, mentre le aziende hanno sviluppato connessioni esterne a supporto dei loro sforzi in ambito Industry 4.0, queste non sono ancora sufficienti per poter parlare di un totale approccio ecosistemico.

Il modesto livello di maturità delle aziende manifatturiere italiane si riflette anche nella tipologia di ecosistemi che si vanno creando e diffondendosi. Ad oggi, il 93% delle aziende in Italia ha dichiarato di concentrarsi sullo sviluppo di ecosistemi produttivi, cioè quelli il cui fine ultimo è garantire attraverso l’adozione di opportune soluzioni tecnologiche un ottimale utilizzo della capacità produttiva installata. Altri ecosistemi, fra cui quelli riconducibili alla supply-chain (33%) e ai talenti (27%) sono oggi solo meno ricercati, non meno importanti.

Infine, sul fronte della cybersecurity un’azienda manifatturiera italiana su quattro ha evidenziato fra i maggiori ostacoli alla diffusione degli ecosistemi proprio il tema della sicurezza informatica. Andrea Muggetti ha spiegato che “a causa della natura interconnessa, always-on e aperta delle tecnologie 4.0, si è assistito a una proliferazione delle potenziali vulnerabilità e ad un ampiamento della superficie d’attacco. In un contesto di ecosistema, le aziende non solo devono prestare attenzione e prevenire l’accesso non autorizzato a risorse aziendali, il furto di tecnologie produttive e la disruption delle operation, ma anche devono evitare che gli hacker usino i sistemi informativi aziendali come hub per sferrare nuovi attacchi verso gli altri partecipanti all’ecosistema”.



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