‘Liberation Day’ e ritorno al protezionismo: le previsioni di Allianz Trade
Gli Stati Uniti alzano le tariffe con conseguenze globali significative: attesa una perdita di oltre 8 miliardi per l’export Made in Italy nel 2025. I settori dei macchinari, dell’agroalimentare e delle bevande e del tessile (che da soli rappresentano il 30% delle esportazioni negli Stati Uniti) saranno i più esposti
Le nuove misure tariffarie, annunciate dal Presidente Trump sotto il nome di “Liberation Day”, rappresentano un ritorno al protezionismo su scala globale, con effetti rilevanti per il commercio internazionale, per i mercati finanziari e, in generale, per le prospettive economiche globali.
Con l’introduzione di un dazio minimo del 10% su tutte le importazioni e altri aumenti ben più significativi in oltre 50 Paesi, la tariffa media di importazione statunitense sale al 20,6%, un livello che non si registrava dal 1890. La Cina risulta il Paese più colpito, con dazi complessivi del 59%, ma l’impatto riguarderà tutto il Sud-est asiatico (Vietnam, India, Thailandia, Taiwan) e coinvolgerà anche l’Unione Europea, che vedrà crescere i dazi medi di importazione fino al 13,3%.
Ritorsioni e strategie divergenti: le reazioni internazionali
L’impatto geopolitico di queste misure è immediato. La Cina ha già annunciato una contro-mossa tariffaria, con dazi aggiuntivi su beni statunitensi pari a 34 punti percentuali, colpendo potenzialmente circa 64 miliardi di dollari di esportazioni USA.
L’Unione Europea adotta un approccio più cauto e non ha ancora annunciato contromisure. Settori strategici come quello farmaceutico e quello dei macchinari e delle attrezzature rimangono i più esposti ai dazi commerciali.
Altri Paesi, come India, Vietnam e Israele, sembrano invece intenzionati a cogliere l’opportunità per rafforzare i legami commerciali con gli Stati Uniti, anche attraverso nuove concessioni o negoziati bilaterali.
Conseguenze economiche globali: un freno alla crescita
Secondo le stime aggiornate di Allianz Trade, il nuovo scenario tariffario avrà effetti rilevanti sull’economia globale:
- La crescita mondiale nel 2025 rallenterà all’1,9%, vale a dire il ritmo di crescita più lento dalla crisi finanziaria del 2008.
- Il commercio globale entrerà in una fase di contrazione, con un calo dello 0,5% in volume.
- L’economia statunitense subirà una frenata nei prossimi trimestri, con una contrazione del PIL stimata a -0,5% tra aprile e settembre 2025, e una crescita annuale dello 0,8%.
- L’inflazione USA tornerà a salire, fino al 4,3% entro l’estate, a causa del rincaro dei beni importati.
- Le Banche centrali saranno in difficoltà: Fed e BCE potrebbero ridurre maggiormente i tassi, anche se negli Stati Uniti si dovranno fronteggiare crescenti rischi inflazionistici.
La Cina, invece, potrebbe rispondere con nuovi stimoli fiscali (fino a 800 miliardi di RMB) per sostenere la domanda interna e mantenere una crescita annua intorno al 4,6%. Nuove minacce tariffarie complicano però le prospettive.
E il Made in Italy?
In questo contesto, la significativa esposizione degli scambi verso gli Stati Uniti rende temibili i provvedimenti di natura tariffaria annunciati dalla nuova amministrazione USA nei prossimi mesi.
Nel 2024, oltre il 48% del valore dell’export totale italiano risultava indirizzato al di fuori dell’Unione Europea, una quota superiore a quelle tedesca e francese (45% in entrambi i Paesi) e a quella spagnola (il 37%).
Tra i principali partner commerciali dell’Italia, gli Stati Uniti nel 2024 hanno assorbito oltre il 10% delle vendite italiane totali all’estero (un valore simile a quello della Germania ma superiore a quello della Francia e della Spagna), e oltre un quinto delle vendite di prodotti italiani destinati ai mercati extra europei. Rispetto al 2019, nel 2024 le vendite di prodotti italiani verso gli Stati Uniti sono fortemente aumentate (+42%), in particolare per i prodotti farmaceutici e i macchinari; al contrario, nel caso degli autoveicoli, navi e imbarcazioni, le esportazioni sono invece diminuite.
Nell’ultimo anno, questi ultimi hanno invece registrato un crollo (rispettivamente del -29% e -62%).
Tra i principali gruppi di prodotti esportati, rimangono rilevanti i tipici prodotti del Made in Italy come le bevande (vini), gli articoli di abbigliamento e altri prodotti tradizionali come i mobili.
Secondo Allianz Trade si ipotizza che la tariffa media possa scendere dal 20,6% all’11,8% (entro il quarto trimestre del 2025), tenendo conto degli accordi bilaterali che invertirebbero parzialmente gli aumenti tariffari annunciati il 2 aprile, mentre, alcuni Paesi verrebbero colpiti da aumenti tariffari che erano stati esclusi il giorno della Liberazione.
L’impatto delle tariffe annunciate sul Pil dell’Italia sarà di circa -0,2 punti percentuali per il 2025.
Anche i rischi di inflazione sono indirizzati al ribasso, poiché la minore domanda degli Stati Uniti e la sovraccapacità globale nel resto del mondo, nonché i prezzi più bassi dell’energia, avranno un effetto negativo sui prezzi dei beni nazionali e importati. Per il Made in Italy, la perdita massima attesa è di oltre 8 miliardi di dollari nel 2025, preceduta in Europa solo dalla Germania e dall’Irlanda.
I settori dei macchinari, dell’agroalimentare e delle bevande, e quello del tessile, che da soli rappresentano il 30% delle esportazioni negli Stati Uniti, saranno i più esposti alla stretta commerciale.

Figura: Perdite massime di esportazione nello scenario di base (miliardi di dollari), primi 20 paesi dell’UE – Fonte: Allianz Trade
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