Il panorama della cybersicurezza in Italia evidenzia ormai da anni una crescita preoccupante e costante delle minacce: secondo il rapporto Clusit 2025, l’Italia dal 2020 al 2024 ha registrato un aumento dei casi di 7 volte. Solo nel 2024 si contano ben 357 incidenti di particolare gravità, arrivando a pesare per circa il 10% degli attacchi globali (nel 2020, questa percentuale era del 2,5%). Un dato che impone una riflessione profonda, soprattutto in relazione alla crescente esposizione delle piccole e medie aziende, cuore pulsante del tessuto produttivo nazionale.
Sta aumentando la consapevolezza del Sistema Paese e delle aziende sui rischi cyber e questo è evidente osservando la crescita degli investimenti dedicati, ma tanto rimane da fare. Secondo il report dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano, nel 2024 il mercato italiano della cybersecurity è cresciuto del 15%, raggiungendo un valore di c.a 2,5 miliardi di euro.
Gli eventi di rischio non sono episodi isolati causati da singoli attori, ma azioni condotte da vere e proprie organizzazioni strutturate. Il cybercrime è oggi un’industria globale, spesso alimentata da tensioni geopolitiche, e sempre più capace di colpire in modo sistemico. La cybersecurity non è più un ambito riservato agli addetti ai lavori, ma un fronte strategico che coinvolge direttamente la competitività e la resilienza delle aziende, e più in generale, del nostro intero sistema Paese. In questo scenario, il mid market rappresenta una fascia particolarmente critica: non è più esclusa dal perimetro normativo e regolatorio, ma spesso non è ancora adeguatamente preparata sul piano delle difese tecnologiche, procedurali e culturali.
Come la NIS2 trasforma le regole in opportunità per le medie imprese
La prima ondata di regolamentazione – la Direttiva NIS1 – ha coinvolto principalmente le grandi aziende e le infrastrutture critiche. Oggi, con la NIS2, il focus si estende anche alle imprese di minori dimensioni. È una svolta necessaria e attesa: le medie e piccole aziende italiane, spesso escluse in passato da obblighi normativi, non hanno strutture IT interne adeguate, e la gestione della sicurezza ricade frequentemente su figure che, pur con competenza e impegno, non hanno una specializzazione specifica, con evidenti margini di rischio per l’organizzazione.
Eppure, la posta in gioco è altissima.
La NIS2 introduce un principio fondamentale: in caso di inadempienze, le conseguenze possono ricadere direttamente sui vertici aziendali, e non solo in termini di sanzioni, ma anche di reputazione e continuità operativa. Questo sta portando maggiore attenzione e consapevolezza, ma anche la necessità di un cambiamento culturale e operativo profondo. Investire in cybersecurity non è più una voce a fondo perduto: è un investimento continuo e strategico che genera vantaggio competitivo.
Il debito digitale e il ruolo della consapevolezza diffusa
In Italia, abbiamo accumulato un ritardo significativo sul digitale e sulla sicurezza informatica, un debito che ricade ora sulle spalle delle aziende. Ma è proprio da qui che dobbiamo ripartire. La NIS2 rappresenta un grimaldello: apre una porta alla consapevolezza diffusa, alla formazione, alla strutturazione di sistemi resilienti. E la consapevolezza e la responsabilità, lo sappiamo, si diffondono: un dipendente formato porta con sé queste competenze anche nella sfera personale e familiare, con un impatto positivo sull’intera società e, dunque, sul sistema Paese.
Ma attenzione: la cybersecurity non può essere affrontata con soluzioni una tantum. Non basta installare un software o stipulare una polizza assicurativa. La sicurezza consiste in analisi, monitoraggio, gestione degli incidenti, aggiornamenti tecnologici e formazione continua. È un investimento nel tempo che può trasformarsi in un vantaggio competitivo solo se gestito in maniera strutturata e olistica, soprattutto alla luce delle sfide poste dall’integrazione di nuove tecnologie profondamente rivoluzionarie come l’intelligenza artificiale. Se gestita correttamente, l’AI rappresenta un’opportunità straordinaria per rafforzare le difese informatiche, ma se ignorata o sottovalutata rischia di diventare una minaccia amplificata. Anche qui, il cybercrime si è già strutturato: l’AI viene utilizzata per attacchi sempre più sofisticati. Le aziende devono attrezzarsi, non solo adottando tecnologie all’avanguardia, ma sviluppando la capacità di comprenderle e governarle.
L’importanza di un interlocutore italiano per una sicurezza nazionale
In questo contesto, è cruciale affidarsi a operatori italiani, come Impresoft, che conoscono a fondo il mid market e possono offrire un approccio integrato, concreto e sostenibile. Non possiamo permetterci di delegare la nostra difesa digitale a Paesi lontani, solo perché a basso costo. Il digitale è un asset strategico nazionale e, come tale, deve essere costruito su competenze italiane. La digital dominance, infatti, è una questione di responsabilità, sovranità e protezione degli interessi nazionali. Creare un bacino nazionale di difesa, un vero e proprio ecosistema di competenze locali, è la chiave per rendere il nostro sistema Paese più sicuro e competitivo.
In Italia esistono tantissime realtà IT di eccellenza che devono essere valorizzate, messe in rete, coinvolte in un progetto comune e aggregativo come quello di Impresoft. Perché solo insieme, con una visione condivisa, potremo affrontare le sfide che ci attendono: Stronger Together non è un semplice slogan, è una strategia.
Oggi le tecnologie ci sono. Ciò che serve è guidare le aziende in un percorso strutturato, con un approccio globale e integrato, guidato da partner affidabili e radicati nel territorio. Impresoft è pronta a fare la sua parte. Partendo proprio dalle imprese del Made in Italy – come la moda, la manifattura, l’alimentare, i servizi – per costruire, insieme, un futuro digitale sicuro, responsabile e consapevole.